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amanda e raffaele  gty_rudy_guede_nt_110921_wb meredith-kercher_62522t

Occhi azzurri, capelli biondi e lineamenti dolci, ma non è un angelo, la chiamano dark lady. Oppure, come lei stessa s’è soprannominata, possiamo chiamarla Knoxi Foxi. Nelle aule di tribunale l’abbiamo vista piangere, e forse qualcuno, intenerito, ha pensato che in fondo non centrasse più di tanto con quel fattaccio infame, e che lei, una ragazzina di appena vent’anni all’ epoca dei fatti, fosse solo un’immatura fanciulla che non si stava rendendo conto della gravità di ciò che era accaduto. Eh si, perché dopo aver perso in modo atroce la sua povera coinquilina, Meredith Kercher, anch’essa giovanissima studentessa inglese di 22 anni, apparentemente violentata ma certamente accoltellata più volte fino al colpo ferale  nella casa che condividevano a Perugia, la nostra – ormai – Amanda Nazionale, invece di sentirsi – come sarebbe stato normale – quantomeno confusa, addolorata o sconcertata per la tragedia che le era successa in casa, la si vedeva distratta e sbarazzina dedicarsi al suo dolce Raffaele, con il quale si lasciava andare ad atteggiamenti più o meno intimi a pochissime ore da quell’episodio orribile, che di norma avrebbe turbato qualunque persona di buon senso.
Raffaele, altro studente 23enne coinvolto nel caso, unico italiano di un gruppetto multietnico che ha dato vita ad una storia piena d’ombre, contraddizioni, bugie e false accuse. Lui, protetto a spada tratta dal padre e da tutto il resto della famiglia –  comprese Matrigna e sorella, quest’ultima tenente dei carabinieri –, i quali neppure per un momento si pongono il problema se possa essere stato davvero il loro Raffaele, finito in un gioco erotico sfuggito poi al suo controllo, uno degli autori di un delitto che di chiaro non ha nulla.
 
Ma non è finita qua, perché dobbiamo parlare di un altro ragazzo ancora, un Ivoriano di nome Rudy Guede – 21 anni a quel tempo -, unico del gruppo attualmente in carcere per questa storia. Ed è lecito quindi domandarsi: Perchè??
 
In effetti, riflettendo su questa storia, una storia che è ormai tristemente conosciuta a livello internazionale non solo per i fatti di cronaca che la caratterizzano, ma perché è un delitto maturato tra quattro ragazzi, ognuno di nazionalità diversa dall’altro, e, di conseguenza, un fatto di cui si sono occupate le reti televisive di ogni Paese coinvolto –  reti, ad esempio, come la BBC e la CNN -, si può arrivare alla conclusione che sotto accusa dovrebbero esserci più le forze dell’ordine che hanno svolto le indagini e i Giudici che se ne sono occupati, che gli imputati stessi.
 
Non va bene nulla, non funziona niente, e gli errori, clamorosi, partono già dalle primissime indagini della scientifica, quando assolutamente senza alcuna professionalità, alcuni poliziotti del R.I.S. esaminano la scena del delitto toccando parte dei reperti senza guanti, e sotto l’occhio attento delle loro stesse telecamere. Circostanze, queste, che vengono prontamente – ed ovviamente  – utilizzate in sede dibattimentale a difesa degli imputati dai loro avvocati.
Inutile ripercorrere tutte le tappe di un processo conosciutissimo da tutti, ma ciò che non si può fare a meno di domandarsi, è come funzioni il nostro sistema d’investigazione e d’indagine.
E’ assurdo pensare che in un processo in cui gli indizi sono a decine, in cui gli imputati mentono e arrivano ad accusare persone innocenti (Amanda Knox che manda in carcere Lumumba), e nel quale la scena del crimine in questione presenta tracce biologiche concrete, dalle quali vengono ricavati i profili genetici della vittima e di uno degli imputati, non si riesca a condannare in via definitiva le uniche persone che proprio quelle tracce biologiche trovate, collocano nel posto in cui è avvento l’omicidio. Questo è veramente sintomo di incapacità, e per più motivi.
Per avvalorare genericamente la tesi di questa incapacità del nostro sistema investigativo, si potrebbero menzionare alcuni dei casi di cronaca più noti degli ultimi anni, dato che se volessimo partire soltanto dall’anno in cui è accaduto il delitto di Perugia, e cioè il 2007, potremmo parlare dei casi di Yara Gambirasio e Roberta Ragusa, ancora senza responsabili, oppure quelli di Sara Scazzi e Melania Rea, che  se anche al momento hanno dei “presunti” colpevoli, sono anche questi, processi che ci stiamo portando dietro da ormai  troppi anni, e per i quali, in realtà, non c’è nessuna certezza o prova regina. Se non prove indiziarie e i sospetti della gente. E per quanto molte volte possa risultare antipatico, perché magari i dubbi che si nutrono nei confronti dei presunti responsabili sono forti, spesso quasi certezze, non si può e non si DEVE condannare senza una prova certa, e questo per l’incolumità di ognuno noi.
 
Ma tornando a Perugia, ciò che vorrei sapere è: Perché se Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati assolti “per non aver commesso il fatto” sulla base di perizie che annullano precedenti perizie, e che quindi mettono in discussione l’intero operato del R.I.S. e le ricostruzioni dei Giudici della Corte d’Assise di Primo Grado, allora Rudy Guede sta ancora scontando la sua condanna a 16 anni? E’ stato forse scelto un capro espiatorio? O forse era troppo scomodo, a quel punto, scarcerare tutti e lasciare impunito anche questo delitto?
Seppure molti potranno obiettare il fatto che la condanna di Guede è in via definitiva (quindi un procedimento chiuso); che lui ha ammesso la sua presenza sulla scena del delitto; che sono state trovate le impronte delle sue scarpe (impronte peraltro imputate inizialmente a Raffaele Sollecito, per poi dire in un secondo momento che erano invece compatibili con le dimensioni delle scarpe di Guede) all’interno della casa, questo non vuol dire che si può tenere in carcere una persona, se questa persona è collocata sulla stessa identica scena del crimine demolita nella sua analisi dalle controperizie fatte in Appello, soprattutto se queste nuove indagini scientifiche hanno portato alla scarcerazione di due imputati su tre.
Rudy Guede ha ammesso di esserci stato in quella casa, quella sera; ha ammesso di aver avuto un rapporto sessuale consenziente  con la povera Meredith (e non c’è stata alcuna perizia in grado di dimostrare che invece fosse un rapporto violento); così come ha raccontato di essere andato in bagno – circostanza accertata anche dal R.I.S. –  e aver sentito degli urli, in seguito ai quali si precipitò fuori dal bagno e trovò Meredith esanime sul pavimento, mentre vedeva un uomo fuggire via – che non riconosceva – e una donna di spalle che lo aspettava più avanti.
Poco credibile, siamo daccordo. Ma ciò non vuol dire che ad uccidere sia stato lui!
Questa tesi infatti, subì poi una modifica – avanzata sempre da Guede – quando qualche tempo dopo la condanna dell’Ivoriano, Mario Alessi (l’assassino del piccolo Tommaso) dichiarò ai Magistrati che Rudy Guede in carcere gli aveva confidato che era stato un terzo uomo – di cui non poteva rivelare l’identità – ad uccidere Meredith, e quindi, di fatto, questa nuova rivelazione oltre a scagionare Amanda e Raffaele, lasciava intravedere finalmente la fine di questa triste storia. Guede però smentì perentoriamente la dichiarazione di Alessi, e nell’occasione disse per la prima volta in aula, che non poteva essere stato nessun altro uomo ad uccidere Mez, in quanto “l’avevano uccisa Raffaele ed Amanda”.
Alla luce di questi fatti  non si può rimanere indifferenti, perché se una persona è considerata attendibile nei suoi racconti quando ammette la sua presenza nella casa al momento dell’omicidio, allora deve essere considerata attendibile nel complesso del suo racconto. Non si può decidere di prendere per buono soltanto ciò che si ritiene utile per l’iter giudiziario, e non credere invece ad altre cose (che poi sono legate a doppio filo con la stessa situazione) soltanto perché magari vanno a favore dell’imputato, oppure non collimano con la personale tesi sostenuta dell’accusa  
Si può contestare a Guede di non essere stato chiaro dall’inizio, di aver prima parlato di un uomo e una donna da lui non identificati, per poi correggere il tiro e dire di averli riconosciuti nelle persone di Amanda e Raffaele.
Questo non è giustificabile, ma c’è forse qualcuno che può mostrare un aspetto chiaro in questa vicenda?
Amanda stessa spedì in carcere Patrick Lumumba senza che avesse alcuna responsabilità, eppure è stata scarcerata! E poi… perché lo fece? Basta davvero non andare d’accordo con qualcuno per arrivare a farlo arrestare con un’accusa così infamante? O piuttosto le serviva di dare in pasto alla polizia e all’opinione pubblica un colpevole di facile presa e con meno difese possibili, per nascondere chissà quali verità e spostare, così, l’attenzione da un’altra parte? Magari su uomo di colore, che potesse più facilmente essere divorato dai pregiudizi?
Non si sa. Ciò che si sa, però, è che guarda caso di tre persone l’unica che sta scontando una condanna a sedici anni è Rudy Guede, Ivoriano di colore e figlio di nessuno nella nostra Patria, collocato sulla scena del delitto dall’espletamento dei suoi bisogni e dall’impronta di una scarpa. Quasi fosse stata la scientifica ad aver fatto un buon lavoro collocandolo lì, e non lui con la sua stessa ammissione.
Di fatto, il R.I.S. individua con certezza la presenza nella casa di Perugia dell’unica persona che non l’ha mai negata, mentre, per quanto riguarda coloro che hanno sempre sostenuto di non essere presenti in casa al momento dell’omicidio, l’unica cosa che ha saputo fare è stata quella di inquinare le poche prove biologiche che c’erano, dando modo agli avvocati difensori  e i perititi di parte, di demolire ogni perizia svolta nel Processo di primo grado, permettendo così l’assoluzione di Amanda e Raffaele. 
Ciò che ci si può augurare, a questo punto, è che dopo la sentenza di Cassazione del 25 Marzo, che annulla entrambe le assoluzioni e rimette tutto in mano alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze, ci sia un Giudice più attento di quello che ha rimandato a casa Amanda e Raffaele. Ma questa volta non perché vogliamo vederli richiudere con le stesse confuse motivazioni e prove indiziarie dei precedenti processi, ma perché speriamo che se ci sarà qualcuno che dovrà scontare 25 o 26 anni di carcere, sia qualcuno verso il quale ci siano prove certe e schiaccianti. Così come è giusto che sia.
E ci auguriamo davvero che ci siano dei responsabili a pagare, perchè una ragazza di 22 anni non c’è più!
E tutto questo, infatti, mentre ci occupiamo sempre di più di chi deve pagare e non paga, e nel frattempo ci dimentichiamo il motivo per cui dovrebbe pagare:
                                                           Meredith Kercher.
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